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BURNOUT  Roberto M. ci chiede: “Cosa è precisamente il BURNOUT?” [+/-]

RISPOSTA:
Sul lavoro a chiunque può capitare un periodo in cui ci si sente stressati o esauriti, e forse si desiderava qualcosa di diverso. Quando questi sentimenti aumentano, nel corso del tempo, si può arrivare al burnout.

Il burnout è uno stato di completo esaurimento emotivo e fisico, causato da ansia cronica, stress implacabile, o una prolungata mancanza di gratificazione. 
Il termine "burnout professionale" in realtà significa "esaurimento emotivo" sul posto di lavoro e relativamente alla carriera.
Quando qualcuno mette così tanto del proprio impegno e tempo sul lavoro, sudore e lacrime come si suol dire, avendone in cambio lo stress, il vuoto e poca gratificazione e riconoscimento, è possibile che questa situazione porti ad un esaurimento schiacciante.

L'individuo che soffre di esaurimento professionale detesta il concetto di "andare a lavorare", non ha più motivazioni, disperatamente desidera una via d'uscita ... qualcosa di meglio ... eppure intorno a se non trova niente.
Segnali comuni di burnout possono essere apatia, mancanza di desiderio per le cose che una volta interessavano, mancanza di motivazione, il vuoto, disperazione, sensazione di essere in trappola, depressione, frustrazione e l'esaurimento emotivo.
Se lasciato incontrollato, il burnout professionale si riversa nella nostra vita quotidiana e familiare, colpisce la nostra vita di relazione e la nostra salute individuale.

Un counselor è una risorsa eccellente per aiutare a prevenire il burnout. Con il counseling si lavorerà per identificare le cause del burnout e camminare attraverso il ripristino della propria vita.

SEPARAZIONI TRA CONIUGI   Giuseppe A. ci scrive: “ Sono un avvocato, mi occupo in particolare di SEPARAZIONI TRA CONIUGI, mi rendo conto che le relazioni con i miei clienti sono molto complesse e che le mie conoscenze giuridiche non sono sufficienti per una proficua risoluzione dei conflitti, il counseling può essermi utile in queste situazioni?”[+/-]

RISPOSTA:
Dall’esperienza acquisita e dagli studi che si stanno compiendo in questo settore, risulta sempre più chiaro come il rapporto tra avvocato e cliente non possa ridursi alla semplice elaborazione di un parere tecnico giuridico o alla predisposizione strumentale di atti giuridici secondo quanto richiesto dal cliente stesso. Gli stati emotivi che molto spesso agitano e accompagnano le persone che vivono il processo di separazione, fanno sì che i coniugi non siano in condizioni di relativa freddezza e lucidità al fine di poter prendere le decisioni più razionali e di buon senso. Al contrario sappiamo bene come i sentimenti di rabbia e/o di disperazione agiscano frequentemente, producendo comportamenti negativi di ritorsione, di svalutazione, talvolta di negazione o di boicottaggio dei diritti di genitorialità.

Azioni e propositi di questo tipo vengono talvolta presentati all’avvocato stesso e animano le richieste che egli si trova a gestire; in questi frangenti il legale si ritrova in una condizione analoga per certi aspetti a quella che impegna gli operatori psicosociali, che abitualmente incontrano le persone per aiutarle a rimodulare il loro modo di valutare o gestire la loro realtà, per renderla meno carica di sofferenza e distruttività.

Nelle separazioni conflittuali, accanto ai sentimenti di rabbia, emergono sovente stati depressivi che talvolta sono manifesti, mentre in altri casi si esprimono attraverso equivalenti comportamentali più o meno facilmente interpretabili: atteggiamenti rinunciatari o passivi, idee catastrofiche, reazioni di opposizione, ecc. Anche in questo caso il ruolo dell’avvocato va molto al di là di quanto potrebbe prevedere una consulenza esclusivamente giuridica.

Come emerge da numerose testimonianze infatti, l’avvocato diviene un supporto psicologico molto importante; il cliente infatti spesso si lascia andare a confidenze, chiede consigli che travalicano gli aspetti legali, cerca un contatto per sentirsi meno insicuro e solo di fronte a una situazione vissuta come traumatica. Il ruolo dell’avvocato diviene anche in questo frangente molto delicato e difficile: egli deve certamente saper cogliere questi stati emotivi per saper orientare il cliente verso risposte appropriate, nello stesso tempo egli può offrire un primo spazio di contenimento in cui la persona possa sentirsi compresa.

Questo passaggio diviene particolarmente importante quando si deve sostenere il cliente in azioni che egli stenta a portare avanti (pensiamo ad esempio allo sforzo di ricomporre il rapporto con un figlio tenuto lontano dall’altro coniuge) oppure quando si deve aiutare il cliente a distinguere i propri stati d’animo dalle azioni giuridiche che si vorrebbero intraprendere (pensiamo alla situazione frequente in cui il giudizio negativo verso l’altra persona nel suo ruolo di coniuge, comporti un uguale giudizio di inadeguatezza o addirittura di pericolosità dell’altro in quanto genitore).

Queste situazioni, che mettono talvolta a dura prova le risorse umane e psicologiche degli avvocati che si occupano di separazioni, comportano degli elementi di complessità particolari e la necessità di utilizzare strumenti comunicativi e relazionali specifici. Si tratta di aspetti di cui gli avvocati sono in gran parte consapevoli a livello implicito, ma che può essere di una certa utilità descrivere e schematizzare in modo più esplicito.

Evidenziamo quindi gli elementi principali di questo quadro relazionale differenziando i diversi ambiti presenti:

Nel cliente possiamo trovare:
una pressione emotiva caratterizzata dalle reazioni più o meno intense di rabbia e/o depressione
lo stress e la fatica di attuare un processo di cambiamento talvolta incerto e “impoverente”
una tendenza a tradurre questi stati d’animo in azioni o in giudizi, piuttosto che a contenerli con le parole e a elaborarli psichicamente; la conseguenza di questo meccanismo si evidenzia poi nelle azioni legali volte ad esprimere questi stati interni ad esempio di rabbia, oppure nella ricerca di una sentenza a livello giuridico che consenta di ottenere un riconoscimento interno di valore e di condanna morale verso l’altro
la tendenza a proiettare prima e ad indurre poi questi stati d’animo nell’altro; pensiamo ad esempio al processo di induzione nei figli di un giudizio che è proprio di un coniuge verso l’altro

Nell’avvocato possiamo trovare:
un rapporto fiduciario con il cliente che può attivare processi di identificazione, che da un lato hanno una potenzialità positiva, permettendo di cogliere l’esperienza interiore portata dalla persona di cui si sta occupando, ma dall’altro, se divengono molto marcati, ostacolano una visione globale e più oggettiva della situazione
un percorso giuridico talvolta inserito in un contesto di antagonismo, che può indurre l’avvocato, incoraggiato dal cliente stesso, ad alimentare una relazione in cui si deve giungere a definire il vincitore e lo sconfitto, a scapito della ricerca di processi di conciliazione, certamente molto più faticosi da costruire e da mantenere

Nel contesto dei servizi possiamo trovare:
un’analoga tendenza negli operatori a schierarsi, subendo il contagio della conflittualità; questo fenomeno si verifica quando la componente emotiva che circola e si veicola nei diversi contesti, dall’ambito giuridico a quello degli interventi psicosociali, porta gli operatori a sostenere in modo sempre più netto una parte o l’altra del conflitto.

Il quadro complesso qui descritto, richiede a tutti coloro che vi operano - in primis agli operatori, ma anche in una certa misura agli avvocati e, potremmo aggiungere, anche ai giudici stessi - di poter contare su alcune competenze di tipo psicologico/relazionale e di poter disporre di un setting adatto a sviluppare le azioni di tipo psicologico più opportune.

Vediamo in sintesi in cosa possono consistere alcune di queste competenze:
1. capacità di comprendere la realtà interna del cliente/utente e di poter riconoscere quanto sia frutto di una realtà oggettiva e quanto possa essere distorto dai bisogni emotivi del cliente/utente stesso
2. capacità di valutare in prima approssimazione lo stato mentale e psichico del soggetto, per riconoscere le condizioni più gravi di malessere
3. capacità di costruire una relazione empatica e di fiducia
4. capacità di utilizzare le tecniche del colloquio, modulandolo a secondo delle necessità, prendendo in considerazione almeno tre tipologie: il colloquio di counseling, il colloquio di sostegno, il colloquio motivazionale
5. capacità di costruire rapporti di collaborazione con le diverse figure professionali

Sul piano del setting, ovvero delle modalità con cui si imposta e predispone l’incontro con l’utente/cliente, possiamo ricordare la rilevanza dei seguenti punti:
1. l’importanza di definire periodicamente al cliente/utente che cosa si sta facendo, quali sono gli obiettivi e le caratteristiche della relazione che si sta conducendo per aiutarlo ad orientarsi costantemente nel percorso intrapreso
2. l’opportunità di far precedere alla fase di intervento una fase di counseling, in cui l’obiettivo dichiarato può essere così espresso: capire bene la realtà, riuscire a comprendere come sta il soggetto in essa e concordare con questi degli obiettivi realistici
3. l’importanza di avere dei momenti di riflessione, confronto ed eventuale supervisione, in modo che di fronte ai casi più complessi si possano utilizzare meccanismi di monitoraggio che consentano di neutralizzare eventuali distorsioni emotive attivate dal professionista che opera sul campo. Dobbiamo ricordare a questo proposito che le reazioni psicologiche di chi opera a contatto con la sofferenza umana non dipendono dal livello di professionalità o di competenza, ma rappresentano una reazione automatica e spesso inconsapevole che non può essere eliminata, ma deve essere periodicamente compresa, analizzata e gestita.

RESILIENZA   Antonella M. ci scrive: “ … ho sentito molto parlare di RESILIENZA potreste spiegarmi meglio di cosa si tratta? … il counseling si occupa anche di resilienza?[+/-]

RISPOSTA:
Ringrazio Antonella della domanda che ci consente di approfondire alcune funzioni del counseling.
Sicuramente il counselor, nelle sue competenze, è attivatore delle qualità resilienti del cliente, sia esso una persona o un gruppo.

La resilienza è un concetto che nasce dalla fisica e indica la capacità di un materiale di resistere a deformazioni e urti senza spezzarsi, anzi tornando alla sua forma iniziale. Col tempo, la parola ha ampliato il suo campo di applicazione e sta vivendo un grande successo internazionale.

Per sintetizzare o organizzare le numerose qualità resilienti individuate nel corso degli anni da differenti studiosi, Burns ha individuato quattro macro aree:

area delle Abilità Sociali
  Responsabilità: vale a dire essere un soggetto attivo nella comunità, partecipare cosi come assumersi le conseguenze delle proprie azioni.
  Flessibilità: sapersi confrontare, saper negoziare senza prevaricare.
  Empatia: entrare in contatto con le emozioni dell’altro, “come se” fossero le proprie. L’empatia aiuta a costruire con più facilità relazioni intime e sicure con gli altri consentendo inoltre di offrire e ricevere supporto sociale.
  Abilità comunicative: rimanda alla capacità di entrare in relazione con l’altro, comprendere sentimenti ed emozioni, ascoltare in modo partecipe e saper essere assertivi.
  Senso dell’umorismo: inteso come capacità di mantenere il sorriso di fronte alle avversità.

area dell’Autonomia
  Autostima: intesa sia come l’azione del valutare se stessi come dotati di un’insieme di determinate caratteristiche, sia come valutazione effettuata sulla base di criteri ottenuti dal confronto delle proprie caratteristiche con quelle di altri soggetti ed infine come il giudizio risultante da queste valutazioni.
  Autoefficacia: intesa come sicurezza nella propria capacità di risolvere i problemi, sicurezza che deriva dalla conoscenza dei propri punti di forza e di debolezza.
  Indipendenza: saper agire in base ai propri valori e ai propri obiettivi senza farsi condizionare dall’accettazione e dal giudizio altrui.
  Locus of control interno: tendenza a interpretare i risultati e gli effetti delle proprie azioni come determinate dai propri comportamenti e non da forze esterne. Viene quindi riconosciuta la responsabilità personale degli eventi e questo alimenta la progettualità e l’azione.
  Motivazione: rimanda all’idea dell’essere capaci di trovare nelle risorse interne ed esterne la spinta ad agire.
  Ottimismo: tendenza a pensare che determinati eventi sono gestibili, controllabili e quindi indirizzabili verso esiti positivi grazie al proprio impegno personale attivo e che l’imprevedibile che si può incontrare durante la vita può portare innovazione ed effetti positivi nel futuro.

area del Problem Solving
  Pensiero critico: capacità di osservare la realtà sociale individuando i potenziali ostacoli e le potenziali risorse, cosi come analizzare aspetti positivi o negativi della propria personalità, stabilire la fattibilità dei propri obiettivi e riconoscere la funzionalità o disfunzionalità di alcuni comportamenti.
  Pensiero creativo: saper produrre idee e punti di vista nuovi, cosi come avere delle buone capacità intuitive e immaginative.
  Progettualità: non soltanto individuare e porsi degli obiettivi, ma anche e soprattutto saper individuare le giuste strategie per raggiungerli.
  Capacità di produrre cambiamenti: avere una visione del futuro e saper cogliere i segnali dell’ambiente.

area dei Propositi e Futuro
  Chiarezza di obiettivi: consapevolezza degli obiettivi che si vogliono raggiungere in base alle proprie potenzialità e ai propri desideri.
  Successo: ottenere buoni risultati nella realizzazione degli impegni.
  Motivazione: trovare gli stimoli per portare a termine gli impegni.
  Aspirazioni formative: aumentare le conoscenze e le competenze.
  Forti aspettative: attese realistiche di realizzazioni di progetti.
  Tenacia: persistenza negli impegni.
  Speranza: fiducia nel futuro ed entusiasmo.
  Coerenza: coerenza nelle scelte e nell’operatività e ricerca di senso e significato nella vita.

L’approccio umanistico, che come ASPIC condividiamo, si basa sulla valorizzazione della dignità della persona e dello sviluppo del suo potenziale latente. Valorizzare l'autorealizzazione, la creatività, le scelte. E’ evidente la piena assonanza con quelle che sono le caratteristiche della resilienza.

 

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 Il Counseling, come attività di consulenza, è nato in Italia negli anni ’70 negli studi di professionisti di cultura anglosassone. I primi percorsi formativi risalgono ai primi anni ’80 come dimostra l’articolo pubblicato l’11 marzo 1984 sul Settimanale Scientifico delle Nuove Metodologie di Training e Formazione Professionale “Training News” in cui Edoardo Giusti, fondatore e presidente dell’ASPIC, presenta il programma del Training di Perfezionamento “Gestalt Counseling”.


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